COSA MI PIACQUE DI ITALO CALVINO

La sua bicicletta, lui sulla bicicletta, una 26 non una 28, che lui sembra penalizzato a pedalare per finta, che ci starebbe più comodo su una 28. Lo sterzo retto non lo fanno più, il campanello figuriamoci mister trombetta, la dinamo che ronza come una vespa, eppure, illumina il cammino. Poi anche le brutte scarpe di vernice nera, le calzette corte o cadute e il sorriso scemo e i pantaloni bianchi e l’equilibrio tra un sorriso sincero e uno fotografico. Le risposte che non dava, la voglia di non essere disturbato uguale alla disvoglia di essere amato. Un’intervista mancata. Le risposte maleducate. Mi sono beccato da vigile un: ma come si permette, chi gliel’ha dato il mio numero. E poi venne Palomar, un succhiotto al Gruppo 63 e all’Incompiuto. Era perduto, per questo l’ho amato.

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