(L’OCCHIAIA. 21.) di Elio Coniglio

   Vento gelido, teso. Stoppie e foglie, tante foglie e tutte di frassino, rincorrono un nord ideale. Ma le pianure filaghesi appaiono inverosimilmente vuote. E la terra, pesante per le piogge recenti, è di un grigio pietroso.   Ho un volto arcigno mentre frugo dentro la carcassa arrugginita della millecento impantanata nel terreno in leggera pendenza e vicina ad un albero secolare, protettivo. Tiro fuori i pezzi del motore e un panzuto sacco di tela grezza su cui spicca una scritta a stampatello, vermiglia. Il sacco è pieno di vecchie noci. Ne schiaccio una, porto il gheriglio  in bocca e mastico:  è di un amaro verminoso…  Lo sputo…

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