BARBONCINO BIANCHI BARBONCINO ROSSI di Francesco Gambaro

Ieri, dopo mesi, sono riuscito a togliere una goccia di sangue che macchiava il pavimento. Tonda, giottesca, secca. Tardavo a toglierla perché accoccolato sulla sedia sembrava osservarmi. Un barboncino bianco mi aspetta, con la lingua di fuori, ogni notte, ansimando su due zampe. Ieri, dopo mesi, sono riuscito a lavare il pavimento, incrostato di sangue a forma di palle natalizie, rosse lucide accese dalla figura convessa della faccia. Barboncini bianchi, ogni volta che entro nella stanza, sembrano puntarmi, lingua di fuori, ansimo, gemito e zampe anteriori in alto. Ieri, dopo mesi, sono riuscito a cacciare via con la lingua e con le zampe, dagli occhi dal naso dalla bocca dalla gola, il sangue di quest’uomo steso da mesi sul pavimento della stanza. Un barboncino bianco, sporco di sanguesecco, aspetta, coda tra le gambe, muso colpevole e non più ansimante schiacciato sotto le zampe, aspetta che qualcuno apra la porta della stanza per scappare.

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