DAL MIO METEO PERSONALE di Francesco Gambaro

Niente, la solita vita, allevo lucertole, e questo è tutto. Non mi lamento, non bevo, non mangio, non vedo nessuno. Meglio di così. Nuvole fiacche, molto sole di mezzogiorno, anche dopo mezzogiorno, arrostisce le povere placche plastiche. Niente, come se avessi fatto tutto. Proprio tutto? Me lo chiedo, passo il tempo. Il dottore non mi visita, deduco che non sto così male, soggetto a disposizione, irrilevante clinicamente. Se piovesse, un congiuntivo qui si declina al presente: non piove. Da te, invece? Ah. Niente, liscio e riliscio la carabina. Non si finisce mai di lisciare. Meglio che sparare. In tanti me lo chiedono, li vedo chinati a ingrandirmi. Faccio segno che non ci sento. Ma ci sento. Altroché. Vento di corrente tra sala da pranzo e porta della cucina. Basta chiuderla, fine di un abbozzo di maltempo. Niente, mi arrampico sulla camicia a righe per rintracciare le due bretelle, valgo poco come trapezista. Insistere? Insisto. Sto che è una meraviglia, seduto come Andrea Olivieri da Monreale sulla punta del dispersore-parafulmine. Magliato e bimetallico per il mio culo di casa. Fulmini per distogliermi dal mio meteo personale, né frescanti né coloranti. Niente, me la rido. Lo debbo proprio dire; sto senza fare niente. Forse sono, mi dico, ma non continuo la frase. Mi trovo abbastanza antipatico, questo spiega molte cose. Cosa? Per esempio, e qui interrompo. Un po’ mi ha rotto aspettare, l’estate ancora o l’inverno ancora, le mezze stagioni o le stagioni di mezzo. Che tempo c’è? E chi l’ha detto che. Niente c’è, meglio non dirlo non c’è meglio di niente.

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