KARAOKE di Gaetano Altopiano

Il primo karaoke fu inventato attorno al ‘70 dal musicista Daisuke Inoue in Giappone, e non negli Stati Uniti, come le malelingue hanno insinuato. D’altronde l’origine del termine non lascia dubbi: è l’unione di due parole giapponesi. Tant’è che, nonostante il record mondiale di durata sia del signor Polverelli Leonardo che nel 2011 ha cantato ininterrottamente per quasi 102 ore la bellezza di 1295 canzoni, e l’eccezione tedesca, russa e olandese, dove il suddetto k. risulta molto apprezzato, è proprio in Asia che la gente ci impazzisce letteralmente: dalla Georgia a Hong Kong non esiste locale che non ne sia attrezzato. E non c’è comitiva a Tokyo o nel Turkmenistan che non concluda la serata stonando a squarciagola. Ancorché tra la popolazione più giovane (fonti ufficiali). Ora. Se da un lato il fenomeno dimostrerebbe solo il gusto medio di una popolazione, considerando il karaoke nient’altro che un orribile passatempo, è invece sintomatico nel dato demografico che ci rivela l’indirizzo culturale in termini numerici piuttosto inquietanti. Milioni di persone che cantano. Oltre che nel suo dato antropologico come terreno di coltura della “realtà aumentata”; posto che il k. riesce perfettamente a condizione che l’esecutore abbia una buona vocalità ma anche che si “immedesimi” nel brano che sta cantando, ossia, che, seppure in modo primitivo, riesca ad accedere a una dimensione superiore alla propria. Aumentata appunto.

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