Esse vivevano di luce propria. Di lucido proprio. Esse si chiamavano per nome: Cartolina. Esse avevano lo stesso nome. Di nome proprio. E si offrivano ai clienti dei paesaggi di montagna e di mare. Esse si vendevano in edicola, per strada, al bar di Casal Utveggio. Anche a Casal. Anche per Santa Rosalia. Esse si potevano inviare senza raccomandata. Senza essere raccomandate. Esse venivano imbucate. Proprio così. Ma in quel buio non perdevano il colore. Uscivano dalle buche non come cartelle esattoriali. Esse uscivano di nuovo a colori. Più che mai. Come la televisione a colori. Esatto. Queste erano le cartoline. Che erano tutti i giorni così. Non solo a Natale. Esse contenevano anche un regalo. Nel retro contenevano tra destinatario e mittente, parole. Un bel regalo. Anche a Natale. Parole lucide. Come di carta cartolina. Esatto. Esse non avevano sotto le parole le righe. Certe volte sì. Esatto. Alcune parole cadevano in verticale, altre poco poco oblique. Così e così. Certe parole tremavano come le mani dei bambini o dei vecchi. Dei vecchi, non tutti però. E dicevano saluti. Non dicevano, noi stiamo bene e voi come state. Dicevano soltanto, Saluti. E’ in quel momento che si rigirava la cartolina. Lucida, luccicante. E leggevi in sovrimpressione, saluti da Barcellona. E allora capivi che avevano copiato. Come bambini impreparati. Le rivoltavi cercando il bollo sul francobollo, e scoprivi che questi bambini. Bambini impreparati e bugiardi. A Barcellona non c’erano mai stati.
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