Non passiamo le nostre giornate a chiedere l’identità di ognuno che ci si presenta. Se dovessimo aprire a uno sconosciuto, però, riusciremmo immediatamente a classificarlo come tale senza bisogno di controllargli i documenti. Ci basiamo sulla memoria. Solo su dati certi quindi, mai su impressioni. Quando incontro mia moglie per casa, difatti, sono certo che quella donna sia lei, non ne ho l’impressione, e lo stesso vale per gli altri parenti e per quelle tre quattromila persone che considero conosciute: ho un ricordo preciso del volto di ciascuna di loro, che, replicato, me ne permette “l’identificazione”. Ma in un supermercato mi capita di fallire in modo clamoroso questo processo di convalida: abituato a vedere un tale dietro il vetro di uno sportello postale, fuori contesto non lo avevo riconosciuto. Ne avevo un ricordo viziato, concludo, dalla cornice in cui abitualmente lo individuavo. Come classificarlo allora? Non tra gli sconosciuti, perché sconosciuto non era. Non tra i conosciuti, perché di fatto non l’ho riconosciuto. Non frutto di errore della memoria: inammissibile più delle altre due deduzioni. Perché ammettendo come possibile l’errore – secondo logica – ammetterei come impossibile la sua mancanza. E in tal caso dovrei modificare il mio comportamento. Poiché, siccome è tipico dell’errore l’impossibilità della sua conoscenza se non a posteriori, non potrei sapere mai come e quando mi si presenterebbe e nei confronti di “chi” avverrebbe, ma solo che ora “potrei aspettarmelo”. Sempre. Ne consegue che sarei costretto a convalidare di volta in volta l’identità di ognuno che si presenta per essere certo di non sbagliarmi. Compresa quella di mia moglie e dei miei figli. Il che è inammissibile.
L’ERRORE
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