STORIE DEL SIGNOR JFK (60) (Hasta la victoria siempre) di Francesco Gambaro

JFK ferma l’auto all’altezza della fermata dell’autobus. La solita. Quella dalla quale aspetta ogni giorno alle 14 e 15 il 118 che lo riporta a casa. Piove, esattamente perché è il primo venerdì della settimana di dicembre. Infatti dovrebbe avere l’ombrello e il grazioso cappellino di ceramica, dono prenatalizio di una graziosa alunna di nome Piccola Kety. La più brava del suo corso di Scolpir Palpando e dell’intiero Istituto di Belle Arti. JFK abbassa il vetro lato passeggero per chiamarlo ma tra la folla di futuri occupanti la linea 118, stazionanti e stazzonati sotto la tettoia di cortesia, non individua nè fedele ombrello né cappellino manufattu né, in buona sostanza, se stesso. Controlla l’orologio, le 14 e 14, osserva il cielo, proprio la stessa pioggia del primo venerdì di dicembre. Abbia sbagliato anno? Impossibile. A 84 anni JFK ha sviluppato una precisione maniacale e pedante che gli impedisce perfino di andare diversamente di corpo se non nello stesso water, come un orologio, in un unico conatus festeggiato mentalmente con hasta la victoria siempre. Perciò pensa piuttosto a un indebolimento della vista, ridirige gli occhi alla fermata e con tempestiva premura, sono già le 14 e 15, profferisce la pargoletta magica: Dài, Sali! E JFK sale.

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