LIMITI

(commento a una poesia di J. L. Borges)


Nel grigio passaggio della sua esistenza, per cent’anni quell’uomo sopportò l’affronto di un nome. Trovò distrazione nella coltivazione di un orto, studiò l’aritmetica, prese moglie. Ma non reputò niente di più doloroso e volgare della condanna di essere individuato tra tutti. Se ne chiese continuamente la ragione e studiò il caso: è risaputo, però, che il terrore dell’oblio spinge alla gravità la miseria umana. Un nome ti accompagnerà per sempre, per quanto tu possa aspirare, a diritto, alla dimenticanza. Pensò alla libertà dei giaguari, alla naturale inesattezza degli scimpanzé e alle piante che crescevano spontaneamente, e si disperò. Credette di individuare l’errore nella natura timorosa dei suoi antenati. Sperò nell’eternità e chiese di essere sepolto senza nome: “Credo nell’alba di udire un operoso tramestio di folle che si allontanano; tutti quelli che mi hanno amato e dimenticato; già spazio e tempo e Borges mi abbandonano.”  

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