UNA TAZZINA DI CAFFE’

Potrebbe essere che in passato io abbia suonato al numero tre di Stanley road, là dove la strada s’incurva per Queen’s più o meno, e che una vecchietta a me sconosciuta abbia voluto a tutti i costi offrirmi del caffè, ma che no –no, non le occorreva proprio niente in quel momento, meno che mai un’aspirapolvere. Potrebbe essere che io ne abbia bevuto da un servizio di buona fattura, ma da una tazza che aveva un’evidente incrinatura sul bordo tanto da consentirmi di rilevarne con perfezione il graffio ogni qualvolta abbia succhiato una sorsata di liquido. Potrebbe essere che, sebbene io non abbia mai messo piede in quella città né abbia mai conosciuto quella signora né, tantomeno, venduto mai elettrodomestici, il mio disagio abbia reso incresciosa quella seduta fino a renderla plausibile in ogni luogo e in ogni tempo. E quando dico in ogni tempo, intendo proprio questo: anche in futuro. Prevedendo, in quel caso, la tremenda possibilità che io ancora una volta non mi riconosca, considerato che potrei avere un volto un milione di volte dissimile da quello di adesso. 

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