IL SENSO DI JFK PER LA POVERTA’ (Infanzia di JFK) (94)

Si ritrovò – per caso, durante le sue prime vacanze romane, con la manina nella mano di suo padre che nemmeno sapeva, da turista incolto e cocciuto, di essere finito in un museo, perdippiù il giorno dell’inaugurazione dello show-action di un tale Michelangelo Pistoletto – dentro il quadro che adorna polveroso la rimessa del bunker. Questo tale stava a rimirarsi davanti bellissimi specchi, grandi come una navata di cattedrale, quando tira fuori dal tabarro un martello grosso così e comincia a colpirli, scheggiandoli e distruggendoli a uno a uno. A’mbecille! sentì gridare dalla parte del popolino. Arte povera der cazzo! dalla parte del pubblico intellettuale. Vide lo scatto istintivo delle gambe dei guardiani bloccarsi nell’indecisione. Poi, a ogni colpo, le urla di tanti bambini, lanciati verso l’uscita con le braccia protese in cerca di salvezza, anche dai genitori. Nel quadro si vedono solo loro, inseguiti da una informe esplosione colore cobalto. I loro volti sono invece molto realistici. JFK cerca di individuare il suo. C’era anche lui che scappava, tra quelle bocche dilaniate dal terrore. Ma dov’è, ma chi è l’infante JFK? Sembrano tutti maledettamente uguali.

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