I cocci si confusero con le scaglie di marmo del pavimento.
La collana fu ricostruita solo in parte.
Sotto la suola delle scarpe il cik-ciak fu voglia di vita e d’avventura.
Le scaglie immobili come tanti cialtroni al bar.
Niente pretese, niente voglia di vagare.
Solo lezzo di sudore annoiato, prodotto da sederi statici e posoni.
Sederi rattrappiti dalla parola stradetta. Nell’immagine mai nata rimasta immagine.
Un culo, divelto al bar, sulle strade, nei campi, senza direzione, senza mete prefisse.
Un culo che parla, che si parla.
Un culo che si zittisce dopo avere lungamente parlato.
Un culo può sostenere accese discussioni d’amore quando vuole.
Un culo non parla mai delle faccende private agli estranei: è quasi sempre discreto e quando ha bisogno di presentare la propria grinta lo fa con elegante, eterea fumosità.
Non ascolta i giudizi, le condanne e non si atteggia a vittima.
Se carcerato piange, fuma, canta e ama.
Difficilmente si impicca perché una natica non è mai d’accordo con l’altra e di fronte al cappio la reazione è di fuga per una e di stasi per l’altra.
E’ chiaro che in questa condizione il culo deve ricomporsi e l’impiccagione non può sopravvenire.
Sopravviene lo stronzo che, scampato il pericolo, si scamicia e libera l’anima.
Insomma, è uno stronzo sociale, senza individualità e massimo frutto del consumismo ecologico.
Se raggiunge il verde ignora le natiche e perfino il buco.
Lo stronzo, quando si abbandona e cade, è sempre solo.
Poi si crea un sacco di amici.
I COCCI SI CONFUSERO CON LE SCAGLIE
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