NONNOCLORO (VIII)

In genere, quando la stagione è acerba, nonnocloro si gira con molta dolcezza; tenendo gli occhi sepolti tra le grandi borse epatiche, il mento un po’ basso, dà dei colpetti ai lembi della giacca della moglie del sindaco e riprova l’ordine nuovo, soffiando le parole tra collo e orecchio. Fa una magnifica ombra. La moglie del sindaco sorride, gli altri tacciono un istante. Il ronzio del pomeriggio è più tranquillo. Così l’orrendo puzzo dei grassi si dissolve. Lei stessa dice
“ma non si rovina le reni?”
“eh, no”
“ ma perché non si siede?”
“ eh, no”
“è proprio un miracolo”
Osservo i calcagni tagliuzzati, i
palmi delle mani e invidio nonnocloro. Si tratta della diversità del pipino,
tra lui e me. Mia madre è sua figlia e io non sono ancora niente. – procedo per
l’ennesima volta ad un esame delle vibrazioni. Stanno tutti riuniti nel cortile
dietro la casa, freschi di nomina. Non mi badano. E la cosa mi ripugna un poco.
Mia madre non avverte niente, o non vuole. Penso che non vuole.
Ripete “eh no” con identico tono, senza sollevare la testa e nonnocloro aspetta paziente di
riacciuffare l’ascolto della moglie del sindaco. Questi intanto, all’altro capo
del filo, continuerà certo a parlare a vuoto. Poi nonnocloro riporta il
ricevitore all’orecchio, dice ‘scusami, ti richiamo io tra un attimo’ e blocca.
Gli altri alzano la voce tra loro. Non so più che accade.

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