TONICHITARDI

Stasera mademoiselle non riesce a inghiottire i nomi. Né i cognomi, ovviamente. Dice che le si fermano alla fine del palato e non vanno più avanti. Qualcuno scivola un poco più giù, dice, fin quasi all’esofago, tipo la X, la doppia X, la tripla, anche se solo con l’aiuto di un sorso d’acqua. Ma nomi come M, A, doppia M A, che a pronunciarli non sembrano tanto appuntiti, si ficcano sulla parete della faringe e non schiodano. All’ospedale Civico, dove è stata trasportata con la massima urgenza, si è tentata una manovra che si spera risolutiva: il medico di turno ha provato a tirarli uno a uno con una pinzetta lunga venti centimetri. Come fossero spine di cardo. Dopo ha cosparso di cenere lavica tutto il reparto e ha effettuato il consueto rituale magico insieme a tutta l’equipe di infermieri. Adesso è tutto a posto – mademoiselle deglutisce a meraviglia: i treni atterrano in orario, le pentole sottopressione finalmente confessano. E Boris Vian. Boris Vian passò la primavera, poi l’estate, poi l’autunno, poi l’inverno, poi di nuovo l’autunno. Poi fu una mollichina di pongo.

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