A tredici anni aveva abbondanti polluzioni notturne e spesso si svegliava con le mutande bagnate. Allora cercava di rintracciare i sogni che aveva fatto. Se la bruma si diradava, comparivano voci femminili, un gluteo, un capezzolo. Oppure forme in volo, ali, nuvole cotonate. Sentiva che qualche nuvola gli carezzava la nuca mentre lui sfregava l’addome su una qualche superficie a caso. Un tendone da circo col suo afrore di animali selvatici. Nebbie. Unghie pittate di rosso. Capigliature nerissime. Vegetazione bagnata. Una collana scintillante su grossi seni scricchiati da una camicetta sbottonata. C’era un silenzio portatore di impazienze e tensioni, in quei pezzi di sogno, un’atmosfera di attesa come quella che precede l’imbrunire, quando in campagna i campi di frumento all’orizzonte si colorano di cose dolciastre. Stava accadendo qualcosa. A volte nella bruma lui ondulava il fallo su un fogliame leggero che al solo contatto faceva schizzare finalmente il seme in una eiaculazione molle e lenta che sembrava interminabile. Era come immergersi in una vasca d’acqua calda, come sentire nelle vene l’effetto della prima sorsata di rum. Dopo, si continuava a dormire; ma galleggiando nell’aria. A cercare di recuperare qualche pezzo di sogni intanto diventati antichissimi.
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