Ancora due parole: una sulla geometria euclidea e una sulla melodia. La fattispecie. Quel giorno non è un giorno ma solo l’idea di un giorno. E ogni macchina che incontra, ogni albero, ogni semaforo del viale, non sono macchine – alberi o semafori veri, ma solo l’idea di una macchina, di un albero o di un semaforo vero. E anche lui stesso non è veramente sé stesso, ma solo l’idea di sé stesso che in quel momento vive nella testa di un uomo di Cagliari che prende un caffè macchiato al bar Esedra di Pontedera. Che non è, a sua volta, una scena vera ma solo l’idea di una scena vera immaginata dalla corteccia di una signora a turno in un centro analisi di Molteno. Che non sono una donna ed un luogo vero ma solo l’idea di una donna e di un luogo vero, che esistono in un punto qualsiasi della retta che indica il ragazzo. Che non è un ragazzo vero, ma solo l’idea di un ragazzo vero. In merito alla melodia, bè, quella: la sua è la voce più profonda che conosca.
LA SUA LA VOCE PIU’ PROFONDA
PRECIPITANDO
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