CHIUDE GLI OCCHI (A VOLTE)

Fra il tizio ultimo entrato all’aeroporto di Belfast e le 367 varianti del Pho vietnamita  – che ci si creda o no – le analogie sono non poche. Inutile elencarle tutte, si capisce: basterà citarne qualcuna per dimostrare anche ai più scettici come ogni sua azione, ogni espressione, ogni parola, siano legate a quella pietanza e alle sue tante declinazioni. Nella ricetta numero 28, ad esempio, il sale viene messo all’uscita del piatto, e mai prima. L’uomo infatti canta canzoni tradizionali e si accompagna col battito dell’indice e del medio sul bancone del bar. Nella 271 l’osso di manzo viene solo da uno stinco anteriore, e il signore, che ha la faccia segnata da un probabile morso di cane, ora fissa il proprio nome scritto a penna sul bagaglio a mano. Nella 324 la cipolla ramata viene messa intera: l’uomo percorre il corridoio, si asciuga il collo con un fazzoletto, guarda la gente che gli passa accanto. Chiude gli occhi (a volte) per la troppa luce.

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