SCUSAMI

Quando hai chiuso la portiera della macchina con un colpo secco, avevo la gamba che sporgeva e l’hai tranciata di netto, ma non te ne sei accorta, non ci hai colpa, e neanch’io me ne sono accorto, del resto. Della gamba tranciata. Non è uscito neppure sangue, non ho provato neppure dolore. Mentre ingranavi la marcia sgommando, allo specchietto abbiamo visto l’arto che rotolava sull’asfalto, ma lo scambiammo per un copertone vagante, per una carcassa di volpe, non so. Come potevamo immaginare che fosse una gamba? Del resto, dopo un leggero prurito, il moncherino si arricchì di qualcosa come un germoglio di carne e in pochi minuti una gamba nuova cominciò a crescermi più bella e più forte di prima. Perciò non so proprio cosa mi sia preso quando mi sono trovato in tasca quel coltello a serramanico. Ti ho costretta a bloccare la macchina, appena il tempo di scendere e ciac te l’ho piantato in gola. Scusami, non so cosa mi è preso. Vedo che non sei ancora morta, ma non preoccuparti, continuo ad accoltellarti e presto sarà tutto finito. Scusami, faccio in fretta, scusascusa. Perché, vedi, sopportare l’insopportabile si può.

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