da I GIORNI QUANTI (88)

C’è, stasera, questo strano incazzamento del tempo. È da qualche giorno che non demorde. Prima fulmini spaventosi, poi pioggia violenta, dovevi vederla papà, se invece di dormire – poi sole caduco. Adesso, di nuovo, con insistenza, senza educazione. Le piante sono preoccupate. Il frigorifero guarda il cielo nella speranza di capire. Io dovrei fare pipì ma vorrei farla senza alzarmi dalla sedia, senza armeggiare coi bottoni. Quando sento di essere al limite della resistenza, guardo per un ultima volta la pioggia, le piante, il frigorifero e mi alzo. Ma in piedi, sulla tazza, non esce niente. Cioè, esce un lamento. Sì, una specie di fischio doloroso e perfettamente asciutto. Scuoto incavolato e perdo l’unghia del pollice. Un occhio mi si squaglia mentre ne insegue la vista nel sifone. Come si godranno lo spettacolo, ogni giorno, i morti.

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