da I GIORNI QUANTI (104)

Una signora benimpupata. Parla con un’altra signora benimpupata. Sono, dovranno, dovrebbero essere amiche. Due amiche al bankomat. Mi guardano quando mi allontano con la camicia di fuori e i sandali fangosi. Mi guardano e non rispondono. Mi commentano, si commentano, dopo che ho detto loro di non provare perché il servizio non funziona. Provano.

Ci sono donne in città che quando entri nei negozi dove lavorano ti squadrano come fossi la persona sbagliata nel posto sbagliato. Ti ritagliano un francobollo d’identità giudicandosi in opposizione con te, con quello che rappresenti, rispetto anche alla donna o al compagno con cui sei entrato. Sofisticate. Indossano capi di vestiario all’altezza del negozio dove sei entrato e non altrettanto all’altezza delle tue o loro tasche. Donne che ti piacciono sino al punto che ti prude la mano al pensiero di stringere la perfetta natica griffata dalla gonna reggente. Donne che non distogli loro gli occhi di dosso, e approfitti delle occhiate, complice un gabinetto di prova. E che poi incontri al supermercato e sembrano donne gravide, commesse sfinite e sfiancate, licenziate per fallimento d’esercizio, acide perché non è in un posto come il supermercato, il posto sbagliato, in cui ci si può e ci si deve incontrare. Le commesse – a questo punto, anche se non lo sanno – non sono più commesse, diventano veramente donne. Non sculettano più, rilasciano una scia di brodo vegetale e di muco di figlie dal carrello. E se, questa volta, pensi di avere la possibilità di toccare loro il culo, e se ti nascesse per principio il desiderio, questa volta non ce la potrai fare perché il culo non l’hanno più. L’hanno lasciato in negozio.

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