SCISTI

di anima e pece, bituminosa e ad alte temperature, penso e stringo la matita tra i denti e, mentre il legno fa trasparire all’occhio l’odore maldestro della grafite, Galvani, l’ultimo della fila, bitorzoluto e sfasciato di faccia, mi allunga un pistone dietro il ginocchio. Per poco non finisco a melma, ma sto zitto e guardo avanti, un passo sghimbescio, un’alzata di spalle come a dire
chissene, Galvani, hai vinto tu. Non arrivo al metro e cinquanta, pure gobbo, da sanatorio, tisi e alta montagna per il respiro a seguire, ho le borse sotto gli occhi che pesano un quintale, la voce arrochita di fumo e polvere, le mani che solo scrivere sanno. In capo alla fila c’è Liberti, il braccio alzato, la gabbietta che oscilla avant’ e ’ndre, con Paride al suo interno, canarino scaracchiato che manco canta, manco prova un battito d’ali. Tutt’intorno è buio, solo a tratti s’ammanta di un lucore anemico, l’odore di cherosene mi imbriglia la vista, mi lacrimano gli occhi già di prima mattina, mi chiedo come arriverò a fine turno.

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