ACQUA DAVANTI E VENTO DIETRO

DIVEMBRE. 3.2.
A fine salita, le porte dell’ascensore si sono riaperte davanti ad una vasta corte rettangolare dove, disposti in un ordine che a prima vista si definirebbe ‘stravagante’, ma che, ad un più attento esame, potrebbe rivelare, ne sono certo, funzionalità congeniali a tutto il ‘Sistema’, ci sono enormi parallelepipedi di spessa lamiera fuligginosa ai cui fianchi ruotano a velocità variabile, producendo un fracasso insopportabile e spargendo a destra e a manca farfuglianti turbinii di faville, possenti bielle di ghisa. Sopra ogni parallelepipedo, sprofondato in una delle due poltroncine rococò che si fiancheggiano, un assai brutto ceffo vestito di nero agita teatralmente le braccia facendo sfarfallare di continuo le mani, anche se impedite da centinaia di fili sottili di nylon, sopra una bassa consolle fosforescente. Una scaletta a pioli appoggiata sul retro di uno di questi strani macchinari è un invito a nozze… Vista da così vicino, la sgangherata poltroncina libera non sembra voglia offrire particolari comodità. Da molti punti dello schienale infatti, e, più frequentemente, dal sedile imbolsito da uso sconsiderato, gli ovali rugginosi delle molle fuoriescono da larghi strappi monelleggiando ininterrottamente ben al di sopra del velluto a coste strette di un rosso spento. Per di più, i fili di nylon ben assicurati con complicati nodi marinareschi agli occhielli di altrettanto numerosi ami microscopici conficcati nel legno tarlato delle gambe, dei braccioli e della scoliotica spalliera, assecondano solleciti i comandi del tipaccio e, scorrendo più o meno velocemente dentro le cigolanti carrucole che apparentemente prive di punti d’appoggio si librano a varie altezze da terra, sembra vogliano da un momento all’altro sbaraccarla chissà dove!
   “Sieda e non ‘pipiti’!” sussurra il brutto ceffo con un tono di voce  imperioso e sprezzante mentre indica con un cenno della testa la poltrona accanto il cui rosso smorto della tappezzeria appare adesso ravvivato da una luce palpitante, aurorale.
   Gli ho obbedito perché ormai in balia di una potente ‘ntantazione’ o perché ho inconsapevolmente accettato la sfida che mi è parso d’avere letto nella sua occhiata beffarda? Boh! In ogni caso, non appena mi sono seduto, costui ha prontamente digitato una lunghissima sequenza di numeri sulla tastiera della consolle serpeggiante, adesso, d’accattivanti bagliori verdognoli, poi ha alzato gli occhi complici verso le carrucole. Una sgradevole nota è risonata nell’aria sfregiata dai fili di nylon tesi all’inverosimile. Una nota unica nel suo genere perché simile a un sogghigno appena accennato, ma tanto potente da coprire gli assordanti sferragli delle bielle ora in piena attività. In men che non si dica, la ‘Mia’ poltrona, strattonata senza tanti complimenti da più punti diversi, dopo alcuni vivaci attimi d’impapocchiato tira e molla, si è allontanata dal suolo a velocità supersonica passando radente ad una interminabile facciata di finestre a nastro sovrapposte, oltre le quali si intravedono migliaia e migliaia di impiegatucci e impiegatucce coi visi impalliditi ed intristiti dalla truce luce dei neon oscillanti dai bassissimi soffitti, le pronunciate spallucce ministeriali alte rispetto alle testoline ossequiosamente chine, tutti alle prese con le tante scartoffie ammonticchiate su dozzinali scrivanie metalliche, grigie e ben allineate nelle vaste sale…

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