CHI MUORE AMA TACERE (1)

Ci fu qualcosa di intraducibile nella spaccatura dell’orizzonte verticale, sembrò che lo scirocco ci vomitasse addosso l’intera Israele. E che certi flutti dell’universo ci si ripiegassero addosso. Fu che un silenzio senza voci ci ustionò e un frangersi nitido di argilla ci seppellì.
Ma ad essere sinceri, fui io a essere radiografata di dolore, tu discendesti dal giorno e planasti la sera nel tempio di quella città che avevamo intorno e che d’improvviso divenne uno smalto. Mi dicesti: eleh ha-devarim, due biglie posate erano i tuoi occhi ebraici, forse ti inginocchiasti perfino nel dirlo: eleh ha-devarim, “queste sono le parole”. Tu, autistico nella tua personale riscrittura del deuteronomio, mi scegliesti come dimora del tuo caos. Oh, vero maestro della stupefazione, una taciturna infanzia ti colò dalla bocca e insaporì il pessimo negroni, tuo tutelare nella circostanza. Ma ad essere sinceri tutto t’accompagnava, tutto ti risuscitava attorno – il tuo onanismo traspirava lucore e io mi impollinavo della mia immutabile carnagione, come unica soluzione, fino a una sporca trasparenza.

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