da I GIORNI QUANTI (105)

Mi telefona il mio nuovo dirimpettaio. Senta, mi dice, sono il suo nuovo dirimpettaio. Sa, mi disturba intanto avere un dirimpettaio. Ho pure avuto qualche difficoltà a rintracciare il suo numero telefonico. Le complicità con la portiera mi hanno comunque confermato quanto sia inevitabile questa telefonata e quanto lei mi stia antipatico. Volevo dirle, intanto, che non mi sta bene avere un dirimpettaio, che non mi sta bene che ogni sera, ritirandomi, io debba subire la visione della sua signora, senza riuscire a liberarmene, visto che, immagino, non accetterà mai l’idea di chiudere le imposte. Non mi piace nulla della sua vita, questa disattenzione verso l’intimità: perché non si chiude quando arrivano gli ospiti, quando bacia qualcuno, (ma chi bacia?), quand’è che si fa i cazzi suoi. Ma cos’è questo modo di agitare la pancia, nudo, tra il balcone e la finestra. Cos’è questo sconcio di farsi vedere, perfino, quando innaffia le piante, ogni mattina? Io voglio vivere tranquillo, riposato, libero. Voglio ritirarmi la sera, stanco del lavoro, a casa mia e non a casa sua.

Mentre continua a parlare mi affaccio a prua. Agito una mano per farmi notare. Ehi, Capitano.

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