EQUIVALENTE A UNA CENTESIMA PARTE

Lungo la via del ritorno da uno dei suoi viaggi interiori, Smina Muppala fa come sempre tre soste: una per fare benzina, una da un suo cugino, una al Mustpekka market di Kapyla Kottbi. Qui mangia una fetta di torta, smozzica due biscotti, beve un liquore caldo e osserva la gente che cerca parcheggio. Per ingannare il tempo ripassa meccanicamente le sue debolezze: i calembour, le sedie di giunco, i comici che non fanno ridere, le bottiglie di aceto. (Più tutta una serie di cose che elencheremo in un secondo momento). È tanto presa da questi pensieri da non accorgersi che via via che riflette – come ogni volta – il suo cognome e il suo nome perdono pezzi, letteralmente: si chiama Mina Uppala e quel gran posteggio è divenuto un budello del centro storico. Passa un minuto e cadono altre due consonanti: Ina Upala è il nome di adesso e ogni persona di quel locale non è nient’altro che un minuscolo punto di luce. E non parliamo di quello che accade dopo: sua madre, ad esempio, misura meno di tre centimetri, il banco bar potrebbe infilarlo in un taschino, quel che rimane del suo nome metterlo in un borsellino. E come sempre, da quel momento, non riesce più a dire alla cameriera come si chiama. (Con profonda tristezza, battito rallentato. Più tutta una serie di cose che elencheremo in un momento successivo).

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