Lode a Wilhelm Wundt che coniò l’espressione “Heterogonie der zwecke”. Otto a Camillo Langone che bravo bravo ieri la ricordava in un articolo su Roberto Saviano intitolato “L’autocommemorazione di Saviano e i danni che ha procurato”. Di cui mi importò da subito ben poco, in verità, tranne che per il suo succo che era l’eterogenesi dei fini, ossia, le conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali, e ancor di più per quella maledettissima parola contenuta nel titolo (autocommemorazione) che non facevo che rileggere come “autocommiserazione”. Com’era possibile? Perché la differenza non mi entrava in testa? Da un’attenta verifica dei termini, studiati e ristudiati dopo, e a seguito di serio consulto professionale sembrerebbe con mio sollievo che le due parole coincidano perfettamente. Poiché la commemorazione di qualcuno (non di qualcosa), tranne che nel linguaggio ecclesiastico, non può che riferirsi a un morto, e se dovesse invece riferirsi a un vivo -nel caso, ancora più penoso dato che il vivo da commemorare è anche il commemorante – non può che essere un atto volto a celebrare solo la miseria della propria condizione umana. Un atto di commiserazione appunto.
ETEROGENESI DEI FINI di Gaetano Altopiano
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