L’auto sbanda di continuo sul fondo stradale ghiacciato mentre i fari strattonano a casaccio la Notte e la spintonano oltre le scarpate, ma chi guida, benché alticcio, riesce a portarci incolumi fino alla mulattiera – da questo punto in poi dovremo proseguire a piedi … Scendiamo dall’auto. Gli scarponi – abbiamo tutti scarponi neri – sprofondano nella neve fresca. Fa freddo. Infilo le mani nude dentro le tasche dell’eskimo giallo. In una di queste c’è un fazzoletto di stoffa appallottolato alla bell’e meglio ancora umido del muco di un raffreddore avuto almeno un anno fa. Lo scaglio con rabbia verso il sedile posteriore, non voglio, mi dico, vecchi germi appresso! Ci incamminiamo in silenzio ascoltando rapiti il chiacchierio della neve che scricchiola sotto le nostre suole. Qualcuno tratteggia, usando abilmente un pennino sui fogli quadrettati di un notes, un paesaggio che, ad ogni passo, mentre lo attraversiamo, diventa sempre più bianco… sempre più bianco… e la cava abbandonata che rosicchia il fianco della Montagna, le nostre orme, ogni cosa, scivola attimo dopo attimo, verso l’indistinto e da qui, ineluttabilmente, verso l’inaudito… E dal verboso boschetto di pini che accompagna il sentiero, vengono fuori, dritti sulle possenti zampe posteriori. giganteschi orsi bianchi che cominciano a tirarci contro delle grosse palle di neve. D’istinto alziamo e incrociamo le braccia davanti al volto per proteggerlo poi, un solo istante dopo, fuggiamo impauriti. – Dietro di noi la neve frana provocando piccole valanghe che rotolano lente giùgiù verso valle… Ci ritroviamo ansanti all’interno di un eremo, dopo essere entrati, uno alla volta, attraverso una stretta porticina ben celata dai rampicanti. A parte noi e alcune grasse galline nere intente a becchettare le strane muffe verminose che lussureggiano fra gli intonaci scrostati delle pareti dei labirintici corridoi, sembra non ci sia altra anima viva… Ma al primo scampanio, come obbedendo ad un segnale tra noi precedentemente convenuto, usciamo dal monastero e ci affrettiamo, scansando l’abbraccio scostante dei rovi e stracciando con le mani le barbe verdastre dei licheni che ondeggiano dai ram nodosi, lungo un sentiero che poco più in là si sperde in mezzo ad un antico querceto…
“(L’occhiaia. 7.)” Di Elio Coniglio.
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