SUL CORSO

Sul Corso del mio paesello si facevano le vasche. Che non significa che si faceva il bagno. Vuol dire che si andava in fondo al Corso, si girava noncuranti – e si tornava indietro. Poi si rifaceva la stessa cosa. Tenendosi a braccetto, tra maschi o tra femmine. E ci si guardava, in cerca di appigli per rivolgersi la parola. Non lo dico per nostalgia: non mi passa neanche per la testa. Era davvero un altro mondo, che non era migliore di questo, sicuro. Mi piacerebbe essere un sociologo laureato a Trento nel settantatré, e dire: c’era meno esclusione, c’era più solidarietà, c’era meno angoscia o – che ne so – c’era meno carie.
C’erano più merde per terra, questo è sicuro. Pestare una merda era usuale.
Avevo un amico che – quando non lo vedeva nessuno – ci saltava sopra, alle merde. Porta fortuna, diceva. E rideva contento. Si doveva stare attenti agli schizzi, si doveva

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